Vista del sito dal Monte Arbel

Note per la storia di Magdala (2006)

by Stefano De Luca

L’ Identificazione

La localizzazione del sito di Tarichea, durante il XVIII secolo, fu oggetto di vivaci ricerche.
Da una attenta lettura dei testi di Giuseppe Flavio che descrivono la presa della città (a nord di Scythopolis, oggi Bethshean, e a 30 stadi da Tiberiade) da parte delle truppe di Tito, Charles Wilson (PEFQ 1877, 10-13) per primo propose di identificarla con il villaggio arabo di Mejdel, peraltro assonante al nome Magdala/Migdal Sebayah riportato nel Talmud (Tosephta Erubin, 6/13; Talmud di Gerusalemme, Erubin 5,22d).

Progressivamente tale ipotesi si impose sul concorrente sito di Kerak, a Sud di Tiberiade, che alcuni topografi proponevano di identificare con l’antica Magdala.

Le Fonti Letterarie

La prima menzione del nome è contenuta in una lettera del proconsole Cassio a Cicerone, datata 4 marzo del 43 a.C., e inviata dal campo di Tarichea. Cassio aveva conquistato la città nel 52 a.C. (Antichità Giudaiche, 14,7) e più tardi Nerone l’avrebbe donata ad Agrippa (Antichità, 20,8,4).

Il geografo Strabone di Amaseia (46 a.C.-20 d.C.), nell’opera Geografia della Palestina accenna a Tarichea nel libro XVI (2, 45) per l’eccellenza dei suoi pesci salati (il toponimo stesso indica il processo di «salazione») e per la fertilità dei suoi frutteti. Alla metà del I secolo d.C. la città possedeva un flotta di 230 pescherecci (Guerra Giudaica, 3,10,1).

Plinio il Vecchio nella Storia Naturale (V, 15,71) enumera Tarichea (il cui nome veniva esteso anche alla relativa costa) nell’elenco delle principali città del Lago, alla pari di Julias, Hippos, e Tiberiade.

Nella Vita dei dodici Cesari Svetonio (Titus, 4,3) ricorda la strategia di Vespasiano che assediò le due città di Gamla e Tarichea «validissimas in potestatem».

Gran parte delle informazioni sulla città provengono dal sacerdote Giuseppe Flavio ben Mathias, che, all’età di 29 anni ricevette la difficile missione di guidare i rivoltosi della Galilea a deporre le armi (Vita, 29 e 84), oppure di capeggiali per difendere le due Galilee contro i Romani, secondo l’altra versione della storia da lui descritta (Guerra, II, 568).

Avendo riportato una ferita nella battaglia di Bethsaida contro le truppe di Agrippa capitanate da Silla nel 67 d.C., e dopo aver ricevuto i primi soccorsi del caso a Cafarnao, nottetempo Flavio fu riportato nel suo quartier generale di Tarichea (Vita, 72).

Dalle informazioni da lui fornite si apprende che la città era il rifugio dei ribelli, dotata di un ippodromo ma priva di fortificazioni con una popolazione che raggiungeva i 40.000 abitanti (Vita 126-129. 142; Guerra 2,21,1-4).
Egli stesso si fece promotore dell’edificazione di mura difensive (Vita 156; Guerra 3, 10,1). Provenendo da Scythopolis, le tre legioni di Vespasiano si accamparono a Sennabris (Sinabrah, presso Beth Yerah).
Da qui Vespasiano inviò a Tiberiade il decurione Valerio con 50 cavalieri per invitare gli abitanti a negoziare.
Ricevuta la capitolazione di Tiberiade, Vespasiano poté entrarvi con i suoi legionari che piazzarono il campo nella pianura a sud-est di Tarichea e ad est di Arbel.

Durante la fortificazione del campo, una sortita dei ribelli mise in fuga un numero di soldati romani, mentre altri legionari si lanciarono all’inseguimento fino alle barche.
Grazie ad esse i rivoltosi, portatisi a debita distanza sul lago, trovarono scampo.
Vespasiano, allora, dopo aver piazzato 2.000 arcieri sulla montagna di fronte, inviò suo figlio Tito con 600 cavalieri scelti.
Dal momento che la difesa era ben piazzata lungo tutto il muro di cinta, il generale scelse di prendere la via del lago, il punto debole sul versante orientale, dove non vi erano fortificazioni. Da qui, dopo aver circondato la città, le truppe romane al seguito di Tito poterono entrare facilmente cogliendo di sorpresa gli assediati ed evitandone così la distruzione (Guerra 3, 9,7; 3, 10,1-10). Durante l’attacco caddero 6.500 ebrei (Guerra 2,21,3).

Nei testi rabbinici (specialmente nel Talmud di Gerusalemme, composto a Tiberiade nel IV sec. d.C.) in svariate circostanze connesse con l’osservanza della legge ebraica, si incontrano tre tradizioni onomastiche relative alla città: Migdal Nunaya, Migdal Sebayah o semplicemente Magdala.
Le prime due sembrano indicare distinti quartieri della medesima località nel tardo periodo romano, rispettivamente di Nord e di Sud. Gli abitanti appaiono in buoni e frequenti rapporti con quelli della vicina Tiberiade (Tosephta Erubin 6/13; Talmud di Gerusalemme, Erubin 5,22 ).

La ricorrente menzione dello scriba Nikai (Eicha Rabba 3,8,3; Ma’aser Scheni 5,2) lascia supporre l’esistenza di una beth midrash, oltre che della sinagoga, di cui si fa esplicito ricordo (cfr. anche Pesiqta de Rab Cahana 10; Qohelet Rabbah 10,8).

La sinagoga è citata anche nelle tradizioni sul noto Rabbi Simon ben Yochai, che durante la persecuzione di Adriano aveva trovato rifugio per tredici anni entro una caverna di Migdal Sebaya (Ber Rabbah 79,6; Pesiqta de Rab Cahana, 10; Talmud di Gerusalemme, Shevi’it 9,38, ecc.). Nel III sec. d.C., a seguito di un diverbio col presidente del Sinedrio di Tiberiade, si rifugiò a Magdala Rabbi Resh Lakish (Talmud di Gerusalemme, Sanhedrin 2,19e; Horayot 3,47a).

In questa occasione dagli abitanti gli fu chiesto se fosse stato lecito o no reimpiegare le pietre di una distrutta sinagoga per costruirne una nuova (Talmud di Gerusalemme, Megilla 3,73d). Si conoscono inoltre i nomi di altri celebri rabbini «originari di Magdala»: Rabbi Isaac (Baba Metzia 25a), Rabbi Judan (Talmud di Gerusalemme, Berakoth 9,14a; Ta‘anit 1,64b), probabilmente formatisi alla locale scuola sinagogale.
Numerosi altri testi midrashici si riferiscono a Migdal Nunaya, considerandone l’opulenza in rapporto alle tasse per il tempio (Talmud di Gerusalemme, Ta‘anit 4,69c; Eicha Rabba 2,2,4) o alle coltivazione di acace (Ber Rabbah 94,3), o alla rilassatezza di costumi, considerata causa della distruzione della città, perlomeno del quartiere di Sebayah (Lamentazioni Rabba 2,2; Talmud di Gerusalemme, Ta‘anit 4,8,69a).

Nel racconto delle cause della sua distruzione, Migdal Sebayah è associata a Shihin, caduta in rovina perché i suoi abitanti praticavano la magia (Lamentazioni Rabba 2,2; Talmud di Gerusalemme, Ta‘anit 4,8,69a).

Entrambe le denunce: immoralità e magia, costituiscono i capi di accusa tradizionali rivolti dagli Ebrei ai Minim, ossia agli eretici giudeo-cristiani. Quindi indirettamente, le fonti giudaiche attestano l’esistenza in loco di un cristianesimo molto precoce già prima 275, anno della morte di Rabbi Resh Lakish.

Verso il IV-IV secolo è attestata una presenza monastica nel grande monastero che curava il santuario cristiano.

Nel vangelo di Marco si legge che Gesù, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, «Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.» (8,10).

Il testo parallelo di Matteo, parlando dello stesso contesto, dice: «Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magadàn» (15,39).

L’altrimenti anonima località menzionata da Marco, a detta della maggioranza degli studiosi, sarebbe da identificarsi con Magdal Nunanya, come fa anche capire il testo parallelo.

Quindi Magdala fa da sfondo alla disputa con i farisei che gli chiedevano un segno (Mc 8,11-13; Mt 6,1-4).

Luca, descrivendo il seguito femminile di Gesù, scrive:

«… egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (8,1-3).

Tra le discepole di Gesù, spicca la figura della Maddalena la quale, dopo essere stata guarita/liberata da Gesù, aveva preso a seguirlo, assistendolo con i suoi beni.

Maria di Magdala, in tutti i racconti pasquali, riveste un ruolo di indubbia importanza all’interno del gruppo delle seguaci (Mt 27,55-56; Mc 15,40-41; Lc 23,49; Gv 19,25), fino a divenire la prima testimone del Risorto e «l’evangelista degli apostoli» (Mt 28,1; Mc 16,1; Lc 24,10; Gv 20,1), come afferma il titolo riservatole dalle chiese orientali.

Una tale importanza non è certo sfuggita agli autori dei vangeli apocrifi (Apocrifo di Pietro, 50-57), compresi quelli sorti nell’ambiente gnostico dei primi secoli, che fanno di lei un modello di perfetta discepola.

Magdala divenne meta di pellegrinaggio, come testimoniano i testi degli antichi pellegrini cristiani. Verso il 530, il pellegrino Teodosio diretto da Tiberiade a Cafarnao, dopo 2 miglia incontra Magdala «dove è nata Maria».

Anche Willibald, nel 723, prima di raggiungere Cafarnao ricorda il «vicum Magdalene» lungo il lago dopo Tiberiade.

Nel cammino a ritroso, il Monaco Epifanio (IX-X sec.) incontra la chiesa «nella quale si trova la casa di Maria» nel luogo di Magdala, «dove il Signore la guarì».

Secondo il documento titolato «Vita di Elena e Costantino» (redatto verso il IX-X sec.), la chiesa sulla casa di Maria di Magdala sarebbe stata «edificata» da Elena (IV sec.). A discapito della datazione recente di questo documento è da rilevare che in quel tempo la chiesa apparisse così antica da essere attribuita all’epoca costantiniana.

Il santuario ricordava ai pellegrini che «Cristo aveva liberato Maria da sette demoni», come scrive Eutichio di Alessandria (X sec.).

Il ricordo evangelico e il santuario furono visti dall’Abate Daniele nel 1106-1107.

Nel XII sec. la città di Magdala, «donde era originaria Maria» era fortificata, stando alle descrizioni di Giovanni di Wurzburg (verso il 1165) e di Theodorico (verso il 1172).

Anche Burcardo (verso il 1283) racconta di esservi entrato e di aver visitato la casa di Maria Maddalena.

Un decennio dopo, nel 1294, fra Ricoldo di Monte Croce a proposito di Magdala annota «noi abbiamo pianto e gemuto perché abbiamo trovato una bella chiesa, non distrutta, ma fortificata [oppure «trasformata in stalla», secondo la lezione del codice G] e lì abbiamo cantato e annunciato il vangelo della Maddalena».

Fra Giacomo da Verona (circa 1335) si limita ad indicare «Magdala, il villaggio di Maria Maddalena e Marta (sic!)», prima di pervenire a Tiberiade.

«Il villaggio di Magdala, che ha dato il nome alla Maddalena» si trova andando in direzione di Tiberiade, annota Fr. Nicolò da Poggibonsi nel 1345.

Nel 1626, fra Francesco Quaresmi, redige una preziosa descrizione della città di Magdala ormai in rovina. Essa

«deve il suo nome alle torri e alle fortificazioni di cui era magnificamente minuta. Ivi è nata Maria Maddalena che fu guarita da Cristo. Alcuni hanno afermato di aver veduto la sua casa… Mi furono mostrati il luogo e le rovine che gli arabi chiamano Magdalia».

Nel 1668, il gesuita Michel Nau registrò che il luogo, in relazione alla torre idrica ancora visibile, veniva chiamato «la torre degli amanti» e gli fu detto che i resti della chiesa sarebbero stati ancora visibili, tuttavia l’esploratore si limitò a dare solo una fugace occhiata alla torre (Voyage nouveau, 593).

Nel 1935 gli archeologi Sylvester Saller e Bellarmino Bagatti raccolsero informazioni in loco dagli ultimi abitanti del villaggio arabo di el-Majdal (poi completamente distrutto nel 1948) e tracciarono un piano delle antichità allora visibili. La sorgente nei pressi della torre era denominata «Sitti Myriam» in memoria della Maddalena (La Terra Santa 1967).

Alcuni ritrovamenti si devono all’architetto tedesco Leyden il quale vide nei pressi della «Sorgente di Maria» (Sitti Myriam) i resti dell’abside, una pietra recante una croce e la data 1389 e un’altra con iscrizione in ebraico.

La proprietà della Custodia di Terra Santa

Il terreno attualmente di proprietà della Custodia di Terra Santa, fu acquistato agli inizi del XX sec. dal sig. Lendle al quale si devono i primi ritrovamenti archeologici (amb. 18-20 del monastero) e la prima recinzione dell’area.Nelle sue note si legge che la chiesa, segnalata da una palma cresciuta nell’abside, si sarebbe trovata all’interno del muro di cinta da lui eretto.
Malauguratamente l’orto fatto piantare dal p. Guglielmo Duchesne, allora superiore di Tiberiade, avrebbe compromesso la conservazione dei mosaici, una situazione peggiorata allorquando il terreno fu affittato per usi agricoli.

Nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano fu completamente raso al suolo il confinante villaggio arabo di el-Mejdel.
Nel 1970 il terreno passò all’amministrazione del convento di Cafarnao e il padre V. Corbo vi costruì il nuovo muro di cinta, il conventino e la casetta del guardiano.

Un altro blocco (n. 15351) di circa 3.500 mq fu annesso ad Ovest della proprietà negli anni ’70, in cambio della cessione al governo israeliano di un possedimento a sud del lago.

Scavi

Pianta di V.C. Corbo dell’area scavata negli anni ’70

Diretti dal Virgilio Canio Corbo ofm e Stanislao Loffreda ofm dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.

  • 1971 e 1973: scavo del monastero
  • 1973 – 1977: scavo della città romana

Relazioni preliminari e studi:

Monastero Bizantino

PIANTA del monastero (Corbo 1974, fig.2).

Il grande monastero composto da una trentina di ambienti, che si sviluppa nell’asse Nord-Sud per oltre un centinaio di metri lineari, è tagliato diagonalmente dal recinto francescano di sud, dove si apre il portone di ingresso alla proprietà.

Nessuna struttura muraria al momento è stata posta in relazione con la chiesa, ad eccezione di qualche frammento architettonico erratico (pilastrini, transenne) ritrovato nell’amb. 22 (ad Est dei loci 21-23 non sono state riscontrate tracce di abside, sebbene nella pianta possano delineare ad un edificio a tre navate).

FOTO mosaico amb.15 (Corbo 1974, fig.4).

FOTO mosaico amb.6 (Corbo 1974, fig.3).

Sul lato Est del cortile (amb. 1) lungo la spiaggia del Lago si apriva la grande porta d’ingresso al monastero e da qui, salendo per alcuni gradini nel vano mosaicato 6, si accedeva al lungo corridoio 5 circondato ad Est da vani coperti a volta (amb. 3-4), ad Ovest da vasti locali (amb. 9-11) e a Nord dai bagni (amb. 7-8).

Il grosso ambiente 15, che conserva una singolare decorazione musiva a motivi cruciformi, con le sue dipendenze ugualmente pavimentate a mosaico (amb. 16-20), si apre su un secondo corridoio (amb.12) donde si accede anche a questi ultimi vani tra loro intercomunicanti.

Strade romane ed acquedotto

Un tratto basolato del cardo V1 (foto A. Bussolin)

La strada principale, lastricata in basalto, in direzione Nord-sud, è il cardo (Via I e Via II), il passaggio urbano della celebre Via Maris. Ortogonalmente a questa, a modo di decumani, partivano verso la spiaggia ad Est, la Via III e la Via IV.

La via principale (Via II) fu tagliata prima da un canale e poi dall’impostarsi dei pilastri arcati dell’acquedotto che ha origine dal complesso idraulico «A». Per mancaza di adeguate fondazioni gli intercolumni vennero tamponati da muratura, ad eccezione dei passaggi verso le zone abitate del settore G.

La torre d’acqua (settore «A»)

Veduta della Torre idrica A1 da NE (foto A. Bussolin)

Andato in disuso l’ambiente sinagogale trasformato in piscina, più ad Ovest attorno al III sec. d.C. sorse un nuovo complesso (amb. 6-12) funzionale alla canalizzazione delle acque sorgive, costituito da una torre idrica alta 6,50 m. e rivestita da intonaco idraulico (amb. 6), un collettore (amb. 7), altri bacini di raccolta e dalla testata dell’acquedotto (amb. 11), tutti impostati sulla strada antica.

Il semipilastro addossato sulla facciata orientale poteva essere funzionale al sostegno di una qualche macchina idraulica che portava l’acqua nella vasca posta in cima alla torre e da qui incanalata all’acquedotto.

Villa romana (settore «C»)

Dettaglio della piscina nel cortille della Villa Urbana C (foto A. Bussolin)

Un vasto edificio (amb. 4) del primo periodo romano, impostato a Nord della sinagoga, fiancheggiava l’antica Via I ad Ovest e la Via III a Sud. L’accesso sulla strada meridionale conduceva nel cortile per due volte pavimentato a mosaico articolato attorno ad una piscina nella zona centrale con 5 gradini di discesa.

Nel vano di ingresso (amb. c6) fu rinvenuto un mosaico contenente la piccola iscrizione greca di carattere privato e «profilattico» (KAICY = «anche tu») e nell’emblema centrale strumenti per la toilette (strigli legati alla maniglia, spugne e unguentario legati) e relativi al mondo della pesca (kantharos, pesce), compresa la preziosa riproduzione di una barca a vela con sei remi. Resti di mosaico con motivo a greca furono trovati anche nel corridoio c1 che anticamente rubò lo spazio già occupato dalla Via I (cf. resti del marciapiede).

Mini-sinagoga e Villa urbana (settore «D»)

Veduta dell'Ambienete D1 da S (foto A. Bussolin)

Si trova ad oriente della domus del settore C ed è formato da 7 vani.
PIANTA sinagoga (Corbo 1974, fig. 8).

L’edificio d1 (m. 8,16 x 7,25 all’esterno), situato alla confluenza delle Vie I e III e costruito con due paramenti di pietre basaltiche finemente tagliate a punta di scalpello, ha un pavimento a lastre di basalto, preservato ai piedi della bancata muraria a 5 scalini di Nord e sotto le colonne.

Si trova al disotto di un metro dai livelli stradali e successivamente fu tagliato dal canale che ne modificò la destinazione d’uso, con la creazione del pavimento rialzato (d). Le colonnate di ordine pseudo dorico (quella di Sud e di Ovest furono ritrovate in situ), sono strutturate in modo che agli spigoli di Sud siano bilobate.

Reggevano una copertura a capriate. Altri elementi architettonici rinvenuti dagli scavi, come le cornici modanate, sembrano riferirvisi. L’orientamento dell’edificio, le bancate a scalini e le colonne di spigolo «a cuore» hanno fatto concludere agli scavatori che si tratta di un raro esempio di sinagoga del periodo ellenistico tardivo (che trova paralleli con quelle di Masada, dell’Herodion, e di Gamla).

Quando nel tardo periodo romano antico (II sec. d.C.) l’area fu invasa dalle sorgenti perenni ancora oggi attive, le stesse che successivamente richiesero la creazione della torre idrica con i suoi bacini di raccolta e la costruzione dell’acquedotto impostato sull’asse viario principale, l’edificio sinagogale fu trasformato in collettore d’acqua.

Allo scopo, il pavimento originale dell’ambiente fu parzialmente divelto e le lastre riutilizzate per lastricare il piano rialzato della porzione centrale che veniva a poggiare sul secondo gradino della bancata. Sui restanti tre lati, i restauratori eressero grossi blocchi sagomati di spoglio.

Una saracinesca dove probabilmente esisteva l’ingresso alla sinagoga, sul lato Est che ha la muratura fu rifatta per due metri, regolava il deflusso delle acque.

PIANTA e SEZIONI mini sinagoga (Corbo 1974, fig. 9).

Il canale che attraversa l’adiacente vano d2 accessibile dalla Via IV e che si apre sul cortile scoperto d7, conduce alla piscina d3, ugualmente raggiungibile tramite una scalinata dalla Via IV (che fu sbarrata ad Est quando la sinagoga fu convertita in collettore).

Piazza a quadriportico (settore «F»)

Occupava, con oltre 1.000 mq, l’area tra il cardo maximus e la spiaggia ed era separata dall’area «e» di Nord da uno stretto canale che convogliava le acque della strada. L’ingresso di apriva sul lato Ovest verso la strada principale.

Un porticato correva su quattro lati mentre la porzione centrale di 416 mq, delimitata dallo stilobate continuo, era a cielo aperto.

Dei colonnati di ordine dorico semplificato con base attica a plinto sopravvivono diversi elementi in seguito riadoperati in un edificio tardivo che si impostò nel portico meridionale.

Le colonne (bilobate quelle di spigolo) probabilmente reggevano una fuga di archi, di cui restano solo quattro conci modanati in basalto.

All’incirca verso la fine del periodo romano la piazza col porticato sembrano andare in rovina e i suoi elementi vennero riadoperati nella costruzione di edifici più tardivi tra la piazza e il monastero, con resti di pavimenti musivi (amb. f5).

Villa di Ovest (settore «G»)

Lo scavo interrotto ha finora portato in luce diversi ambienti che si affacciano sul cardo. Resti di mosaico e la ceramica del primo periodo romano indicano una lussuosa abitazione del I sec.

Blocco E

È circoscritto dalle Vie II e IV. Una grossa trasformazione (amb. e16-e19) interessò i suoi ambienti del primo periodo romano. I vani disposti su tre fasce (e1-e4, e6-e9; e10-e13), ad eccezione della piscina più tardiva e11 (in uso fino al VII sec.) con esedra intonacata sul lato orientale, sono ridotti a livello di fondazione pertanto è difficile determinarne l’uso.

È verosimile che e1-e4 fossero delle botteghe aperte sulla Via II. Addossato ad Est sviluppa un distinto edificio (e14-e19) manomesso dalle trasformazioni successive che si impostarono su di esso.

Di notevole interesse è la piscina e27, intonacata all’interno in modo da inglobare numerose anfore e pentole, probabilmente destinata all’allevamento dei pesci.

Rimarchevole, è infine, la cisterna e22 (ancora da scavare), preservata in tutta la sua altezza, fino alla copertura dei tetti di pietra.

di Stefano De Luca,
Magdala Project Director