
- Fig. 1. Magdala. Sarcofago conservato nel cimitero della città all’inizio della collina a ovest della via.
Fonte: B. Bagatti, Antichi villaggi cristiani di Galilea (SBF Collectio Minor 13), Jerusalem 1971, pp. 80-83, Fig. 58-59.
MAGDALA PATRIA DI MARIA MADDALENA
Una donna, chiamata Maria e conosciuta perché fervente seguace di Gesù, ha fatto celebre il villaggio natio posto sulle sponde del Lago di Tiberiade: Magdala.
Molto si è scritto su questa donna e spesso la fantasia ha preso la mano agli scrittori, sia sacri che profani, da far considerare i loro scritti più come romanzi che come storia. Perciò crediamo opportuno restare agli scheletrici brani dei Vangeli per avere una documentazione più sicura.
Un passo dì S. Luca (8,2) ci dice che Maria seguiva Gesù insieme ad altre donne “che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità tra cui Maria, detta la Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni”. Questo è l’unico brano sicuro che parla di Maria prima della Passione di Gesù.
Maria comparisce in Matteo (27,60-1) e in Marco (15,50) quando essa e le altre donne, seppellito Gesù, “erano sedute là di fronte al sepolcro”. Soprattutto la figura della donna è messa in rilievo quando ebbe la visione di Gesù risorto (Marco 16, 1-10) e la missione di annunziare agli Apostoli la resurrezione (Giov. 20, 1-18).
La città.
Nelle fonti talmudiche Magdala appare come la patria di Rabbi Isacco e se si identifica con Migdal Ceboya, che sarebbe una parte della città, essa sarebbe stata distrutta a causa della immoralità degli abitanti. Questa affermazione, scrive Neubauer (p. 217) “trova una conferma parziale e curiosissima nell’episodio della peccatrice degli Evangeli “Maria Magdalena”. Come lo indica il suo nome, era di Magdala”. L’autore, generalmente ben documentato, in questo punto scrive ad orecchio perché Magdala sarebbe stata distrutta prima del III secolo, ma non sembra di molto e Maria era vissuta certamente molto prima; poi non è dimostrato che la Magdalena fosse stata una peccatrice. Nel caso che lo fosse stato essa si era sinceramente convertita e messa sulla buona strada. Infine la letteratura antica ce la mostra lontana dalla sua città.
È invece interessante vedere meglio il fatto della distruzione della città e le sue cause. Magdala è associata a Sihim che sarebbe stato distrutto perché dedito alla magia. Ora tanto l’immoralità quanto la magia erano due vizi che gli ebrei attribuivano volentieri ai Minim o giudeocristiani. Basti pensare a Cafarnao. È supponibile che la città fosse stata distrutta, o almeno certi suoi quartieri, perché abitati dai Minim considerati e combattuti come “eretici”. Anche Kefer Sekanya fu distrutto perché non osservava il pianto su Gerusalemme (Moore, Judaism, II, 67). A proposito della distruzione sappiamo che un abitante di Migdal interrogò Rabbi Simeone Ben Lachisc, morto nel 275, se era permesso di usare le pietre della distrutta sinagoga per fabbricarne un’altra.
La chiesa.
Dalle fonti cristiane, riportate nell’Enchiridion di P. Baldi (nn. 364-374) Magdala è ricordata come la patria di “domna Maria” nel VI secolo e come il “vicum Magdalenae” nel VII. La prima menzione di un santuario dedicato alla Maddalena compare nel IX secolo col testo del monaco Epifanio che dice: “A due miglia (dall’Eptapegon) vi è una chiesa nella quale è la casa della Maddalena, nel luogo chiamato Magdala, dove il Signore la sanò”. Secondo la leggendaria Vita di Elena e Costantino l’erezione della chiesa sarebbe stata fatta dall’imperatrice, ma la notizia, al più può dirci che nel IX-X secolo, quando il documento fu scritto, la chiesa poteva apparire vecchia. Lo scritto ecclesiastico già attribuito a Pietro di Sebaste ed ora a Eutichio patriarca di Alessandria (sec. X), (CSCO n. 193, p. 136) conferma che la chiesa era commemorativa: “La chiesa di Magdala, presso Tiberiade, attesta che Cristo scacciò sette demoni da Maria Maddalena”.
La chiesa non viene ricordata dai pellegrini crociati, ma il domenicano P. Burcardo di Monte Sion, visitando il posto nel 1294, nota di aver trovata una “chiesa bella e distrutta, ma tavolata (stabulatum) dove cantammo e predicammo il Vangelo della Maddalena”.
Rimase, invece, visibile la torre che dette occasione a leggende. Così il gesuita P. Nau nel 1668 sentì dire che il posto si chiamava “burge flaaschem, cioé torre degli amorosi” (Voyage nouveau, p. 593) e gli fu detto che si si distinguevano ancora i resti di una chiesa. Egli però vide di sfuggita solo la torre.
Le Rovine.
Nei giorni 24-25 Aprile del 1935 il P. Saller ed io per incarico del Custode, P. Nazzareno lacopozzi, abbiamo visitato il posto per studiare le rovine, coadiuvati dal P. Gregorio Ocio, presidente dell’Ospizio francescano di Tiberiade. Il Muktar Mutlaq, con i numerosi figli e nepoti avuti dalle nove mogli, da formare un villaggio, ci mostrò tutte le rovine visibili e invisibili, giacche attendeva di venderle alla Custodia di Terra Santa. In quest’occasione abbiamo realizzato uno schizzo delle antichità che mantiene ancora il suo valore documentario non essendo stati fatti sul posto ulteriori scavi e lavori (fig. 59).
Una piccola strada divide la proprietà francescana da quella del Muktar. Nella prima c’è un serbatoio di acqua detta Sitti Mariam, cioè ricordante la Maddalena, una pietra antica o base di angolo “a cuore” come a Cafarnao e sagome a “guancialetto” e, vicino al muro di cinta, i resti di una casa con tre stanze pavimentate a mosaico. I motivi dei pavimenti sono tutti geometrici simili agli svariati mosaici dei secoli IV-VII. Nei campi si nota il motivo delle squame di pesce e nella bordura l’addentellato a scaletta. I colori sono tre: bianco, rosso e nero. I muri sono quasi completamente rasi al suolo.
Secondo documenti di archivio presso il serbatorio vi sarebbe stata la chiesa, della quale l’architetto tedesco Lendle avrebbe visto resti dell’abside. Egli menziona anche una pietra con croce con la data 1389 ed un’altra scritta in ebraico.
Nella proprietà del Muktar vi erano le rovine che egli voleva vendere e che diceva fossero di una chiesa. Vi abbiamo visto delle volte (A) e un muro semicircolare a Est con dei muretti di sostegno (B-D). I muri sono spessi e fatti coi due apparecchi esterni riempiti a sacco. La volta appariva troppo bassa per essere una chiesa e troppo alta per essere una cripta, cosicché abbiamo pensato piuttosto ai resti di una torre. La stessa impressione l’aveva già avuta il Guérin molti anni prima (Galilée, I, p. 204). Il muro che corre parallelamente alla riva del Lago e che si riallaccia alla vecchia costruzione, ci mostra come essa facesse parte di un complesso assai largo. I figli del Muktar ci hanno condotto per l’orto ed hanno indicato dove sono dei canali antichi e dove si trovano dei pavimenti musivi, ma di questi abbiamo potuto controllare ben poco. Si aspetta l’opera del piccone.
Altre visite fatte sul posto dopo il 1948 hanno mostrato come le case del Muktar siano state distrutte e il luogo divenuto deserto. Ritrovamenti, che potrebbero essere utilmente continuati perché rivelano aspetti nuovi della città, sono venuti alla luce costruendo l’acquedotto che esporta l’acqua leggermente salata di et-Tabga affinché non entri nel Lago. A est della via è venuto alla luce un muro grande con vani e ceramica varia, tra cui una quantità bizantina.
A ovest della strada, nella direzione di sud, sono comparse delle tombe costruite in muratura e alcuni sarcofagi di pietra ornati assai modestamente. Si può credere che da questa parte fosse il cimitero ai piedi della montagna.
(TS. 1967).

- Fig. 2. Schizzo delle rovine di Magdala notate nel 1935.







